Nicole Cascione

SAFYIA

Dicono che l’Africa si possa solo amare e che quando ci si allontana da questo immenso Paese, tornando nel grigiore della propria città, si possa venir colti da una terribile malinconia. Lo chiamano il “mal d’Africa”. Ma non è mica vero. Non per tutti almeno. Per me, per esempio, non è affatto così. Eppure l’Africa mi appartiene e io appartengo a lei. Ma quel Paese così colorato, caldo, sorridente mi ha venduta. Ha venduto la mia infanzia, la mia spensieratezza, in cambio di uno sporco guadagno. Sono stata venduta a trafficanti di sesso dalla mia famiglia.

Sono la seconda di cinque figli. Sono l’unica donna e forse questa è stata la mia condanna. La mia famiglia è sempre stata povera, come del resto le altre famiglie del villaggio in cui abitavamo, in Nigeria. Per i miei genitori, però, far studiare i figli maschi della famiglia è sempre stato un traguardo da raggiungere, nonostante le ristrettezze economiche. E così, quando quegli uomini sono venuti da noi con la proposta di “acquistare” me, l’unica figlia femmina della famiglia, in cambio di una cifra di cui non mi è stato mai comunicato l’ammontare, loro, i miei genitori, il sangue del mio sangue, hanno detto «Sì», senza esitare. Hanno indorato la pillola, raccontandomi una serie di bugie.

«Vedrai, Safyia, ti troverai bene in Italia. È un Paese ricco, dove potrai realizzare tutti i tuoi sogni. All’inizio non sarà facile, ma vedrai che ce la farai». Mio padre mi ripeteva queste parole come fossero un mantra, mentre mia madre teneva gli occhi bassi. Avrei dovuto capire dalla sua espressione affranta che i miei sogni non li avrei mai realizzati. Al massimo il peso dell’irrealizzabile mi avrebbe schiacciato giorno dopo giorno, togliendomi l’aria e la voglia di vivere.

Un viaggio durato giorni, non ricordo nemmeno quanti, su un’imbarcazione che puzzava di piscio e miseria. Tra bambini disperati, donne incinta e uomini dagli occhi incavati. La speranza non ci ha mai abbandonato, nonostante tutto. Durante il viaggio abbiamo cantato, pregato, ascoltato il silenzio della notte, in un mare nero, come la nostra pelle, come il vuoto che sentivamo dentro, a ogni onda improvvisa.

In Italia, a Bari, ho conosciuto Iuliun. Un rumeno di circa trent’anni. All’inizio si è dimostrato gentile con me, mi accompagnava tra le vie del quartiere Libertà alla ricerca di una casa da condividere o da affittare da sola. Sorrideva in maniera sinistra quando gli chiedevo come avrei fatto per ottenere un posto da badante pur non avendo ancora i documenti necessari. Sorrideva e non rispondeva. Non ci è voluto molto prima di trovare un piccolo appartamento in una di quelle strade affogate di auto e smog. Un quartiere grigio, il Libertà, dove a volte la luce del sole fatica a farsi spazio tra i palazzi alti e imponenti. Per i primi tempi ho vissuto con altre due donne straniere, una rumena e una nigeriana, come me. È stata lei a svelarmi che non avrei mai svolto il lavoro di badante. È stata lei, un giorno che ricordo ancora con crudele lucidità, a raccontarmi cosa avrei dovuto fare per vivere, o meglio, per sopravvivere.

Ho rifiutato l’idea, mi sono opposta con tutte le mie forze, fino a quando Iuliun non ha minacciato di uccidermi e di uccidere la mia famiglia. Avrei dovuto vendere il mio corpo e dare la maggior parte del ricavato a lui. Ero diventata improvvisamente una puttana. Una donna di facili costumi. Un oggetto da sfruttare. Un fantasma. È proprio così che continuo a sentirmi. Un fantasma nero, di cui nessuno si preoccupa.

Ho venduto il mio corpo a uomini, ragazzi, anziani; a medici, avvocati e poliziotti; a uomini di bell’aspetto e non. A persone in cerca di compagnia e a veri e propri malati del sesso. E ogni volta ho perso un po’ di me. Un po’ della mia gioia di vivere, del mio sorriso. Ho perso pezzi che non potrò più recuperare. Ogni tanto, quando non sono troppo sbronza, ricordo ancora gli occhi bassi di mia madre, il fare mesto e colpevole con cui mi ha salutato l’ultima volta. Non tornerei più in Africa, se non per chiedere a lei, alla donna che mi ha dato la vita, perché poi abbia deciso di togliermela in questo modo.

La mia vita non è degna di essere raccontata. È vuota. Un’esistenza che si trascina tra un letto e un altro e che perde sogni e speranze, passando di uomo in uomo, senza alcuna traccia di amore, non è nemmeno degna di essere vissuta. Né ricordata. Ma quella di Amira sì.

Amira l’ho conosciuta solo qualche giorno fa. Vagava tra le vie della città, con il suo capo coperto da un velo rosso scarlatto, alla ricerca di una stanza in affitto. Non avrei dovuto avvicinarla, avrei dovuto lasciarla libera e inconsapevole che nel mondo, tra il grigio dello smog e l’azzurro del cielo, c’è il nero della disperazione e della povertà. Ma non l’ho fatto, perché nei suoi occhi ho rivisto la mia stessa luce, quella della speranza.

«Ciao! Stai cercando casa?».

«Ciao! Sì, potresti aiutarmi? Io mi chiamo Amira, sono da poco arrivata a Bari dall’Egitto».

«Piacere di conoscerti. Sono Safyia e abito a pochi passi da qui. Ho una stanza libera, se ti va potremmo vivere insieme».

«Certo, perché no?».

Amira mi ha salvato dal baratro. Perché mi ha restituito quello che mi apparteneva: la possibilità di sognare.


Questo racconto è lo spin off di  (Les Flâneurs 2017); Safyia è un’amica di Amira, la protagonista del romanzo.


Nicole Cascione, classe 1987, nata e cresciuta a Bari, ha conseguito la laurea in Lettere, curriculum “Editoria e Giornalismo” all’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. È iscritta all’albo dei giornalisti pubblicisti da gennaio 2013 e, attualmente, lavora per l’emittente televisiva Trm Network, è direttore responsabile di «Voglio Vivere Così Magazine» ed è redattrice di «Radici Future Magazine». La sua passione più grande è la lettura di classici, attraverso cui ha imparato a conoscere se stessa e gli altri.


CINQUE LIBRI PREFERITI:

  • 1984 di George Orwell
  • Il buio oltre la siepe di Harper Lee
  • Anna Karenina di Lev Tolstoj
  • L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez
  • Due prigionieri di Lajos Zilahy

CITTA’ PREFERITA: Barcellona

CITAZIONE PREFERITA: «Prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza» (Il buio oltre la siepe).

 

 

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