Rannicchiata sul sedile posteriore dell’auto, che proceda verso il mare del Gargano, ripensavo alla mia vita in quell’afosa giornata di luglio, una di quelle brucianti che la Capitanata dispensava generosamente durante l’estate.

La voce di Ester, seduta al mio fianco, riempiva l’abitacolo. Suo zio Massimo, alla guida dell’auto, era concentrato sulla strada.

Sorrisi, mi invase un’irresistibile voglia di abbracciarla. Se ne andava in giro con il suo caschetto dorato, i cappelli lisci come quelli delle bambole di un tempo ormai dimenticato e l’entusiasmo esplosivo che la caratterizzava.

Era un miracolo quella vita così piena, così incredibile che viveva.

Un miracolo che una tragedia immane non era riuscita a evitare.

«Giulia, canti con me?» mi propose, strattonandomi leggermente il braccio.

Cominciammo a cantare insieme. Quando arrivammo alla fine della canzone, Ester mi guardò.

«Vuoi che la ricantiamo?» proposi io.

«No, per carità!» Intervenne a quel punto Massimo. «Abbiate pietà per le mie orecchie» aggiunse, divertito.

Sghignazzai e feci l’occhiolino a Ester che rise di gusto. Ricominciammo a cantare fino a quando arrivammo al mare. Sapevo che Ester mi avrebbe trascinata fino alla battigia, che l’avrei seguita senza oppormi.

«Giulia, prendi i miei giochi!» cominciò lei scendendo dall’auto alla velocità della luce.

La raggiunsi offrendole la mia mano. Si affidò completamente, riponendo in me una fiducia totale. Il suo atteggiamento, quella resa incondizionata, mi sorprendeva sempre. Sapevo, mentre passavo il tempo con Ester, che non avrei mai dimenticato i momenti condivisi con lei. Considerata la sua giovane età, Ester probabilmente l’avrebbe fatto.

Ci precipitammo in spiaggia, allestendo il nostro spazio a pochi metri dalla riva. Mi guardai intorno, la spiaggia era un tripudio di colori di voci e il mare un richiamo irresistibile.

«Giulia, dai, vieni!» mi urlò Ester dalla riva.

Mi voltai nella sua direzione, sorrisi. Era già in costume, io indossavo ancora i miei calzoncini e la t-shirt.

La osservai. Mi intenerirono quel suo pancino pronunciato, le gambe piene e tonde, la sua impazienza contagiosa, l’insolente voglia di imporre la sua volontà a chiunque.

«Ciao, Giulia. Ci rivediamo quando sarà l’ora di andar via» mi disse Massimo in tono scherzoso, sdraiandosi sull’asciugamano.

Risi anche io. Passare del tempo con i miei nuovi amici, con Ester, mi regalava una dimensione nuova. Era accaduto tutto per caso, un’occasione dopo l’altra. Ero diventata parte di un gruppo, realizzando quanto questo fosse importante per una come me che se ne andava in giro per il mondo in cerca della propria identità.

«Forza!» mi incitò Ester, decisa.

«Andiamo!»

Ester aveva perso i suoi genitori, da un giorno all’altro, sepolti sotto cumuli di macerie fumose. Una maledetta mattina di novembre in cui un palazzo di sei piani, alla periferia della città, si era accartocciato su se stesso portandosi dietro vite, speranze e sogni di sessantasette persone, decidendo il destino di ognuno affidandosi puramente al caso.

Era così che Ester si era salvata. Per caso.

Dopo qualche istante, mentre la bambina era aggrappata a me e l’acqua ci avvolgeva cullandoci lentamente, cantavamo felici. La guardavo e pensavo a quanto dolore in realtà dovessero nascondere gli occhi ora felici, quanta sofferenza si celasse dietro quel sorriso.

«Dai, Giulia, canta con me!» mi supplicò.

La guardavo e pensavo questa sono io, questa è lei.

Mi mantenevo a galla insieme a lei, ce ne stavamo lì e basta a guardarci, a studiarci forse, a godere della reciproca compagnia.

«Mi piace stare con te, Giulia» disse d’un tratto. Mi abbracciò con trasporto, i miei occhi si riempirono di lacrime. Un’ondata di tenerezza mi travolse all’improvviso.

«Anche a me, Ester». Riuscii a dirlo lottando contro un nodo in gola.

Restammo abbracciate. Sentii l’odore del mare sui suoi capelli bagnati, tastai la morbidezza delle sue braccia.

“Ovunque sarò, Ester, io e te abbiamo vissuto questo” pensai.


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