La giornata luminosa, mitigata da una lieve brezza montana, invitava a rilassarsi dopo le libagioni e l’abbondante pasto servito dall’oste, per cui a un tratto mi trovai di fronte a uno spettacolo insolito: alla chetichella, l’intera corte d’assise di Bonn, si era sparsa nella radura – chi all’ombra di un albero, chi in piena battuta di sole – evidentemente intenzionata a godersi un piacevole pisolino di stile tutto italiano. Seduti accanto alla tavola ancora imbrattata di briciole e di noccioli d’oliva, restammo io e il ‘padrone di casa’, che ammiccando contemplava soddisfatto la cerchia dei suoi ospiti.

Approfittando della nostra temporanea solitudine, l’uomo attaccò discorso con un tono di voce basso e pacato, lontano dalla chiassosa festosità con la quale ci aveva accolti come avventori. «Beh, forse possiamo finalmente presentarci… io sono Salvo» fece cordiale, «e tu, paesano, come ti chiami? Sei bravo con ‘sti tedeschi… ci vai d’accordo!».

Rimasi piacevolmente sorpreso da quell’improvviso accento confidenziale. Dopo essermi presentato a mia volta, mi mostrai disponibile per una chiacchierata ‘alla pari’.  Gli raccontai che la mia disinvoltura con quei magistrati e legali stranieri era dovuta a diversi fattori: ero cresciuto in Germania, come figlio di emigranti, quindi non avevo problemi linguistici né difficoltà a comprenderne la cultura; inoltre, da anni facevo da interprete tra le istituzioni tedesche e gli italiani che lavoravano nella zona di Bonn o la raggiungevano per ricongiungersi ai familiari.

Senza entrare nei particolari, per soddisfare la sua evidente curiosità, aggiunsi: «Adesso siamo in Calabria in missione. Una donna di queste parti è sotto processo per un fattaccio successo in Germania e il presidente della corte ha insistito a venire quaggiù per rendersi conto della mentalità, dell’ambiente…».

A queste mie parole il volto di Salvo si oscurò all’istante, mentre la sua voce si faceva tagliente: «Maledetti questi posti! Aundi vidi paparina c’è statu siminatu… [Dove vedi verdura c’è stata semina, ovvero a ogni cosa c’è una spiegazione] Se poi ci metti la miseria e l’ignoranza… Non so cos’ha fatto la cristiana, ma certo nascere in certi paesi nostri ti dà già la patente… E so bene quello che dico!».

Fu così che nell’ora successiva conobbi la storia di Salvo, figlio di un piccolo malavitoso del catanzarese, destinato a ripetere una ‘carriera’ di famiglia e a questa educato fin dall’infanzia. Finì dapprima in riformatorio per un paio d’anni della sua adolescenza e più tardi – quando ormai aveva deciso di mettere su famiglia – per altri dieci anni in galera. «Furto con scasso» precisò, «ma non ho mai girato armato… e u piru cunchiutu cade sulu [la pera matura cade da sola, ovvero ogni cosa ha i suoi tempi]. Alla fine benedico la galera che m’ha insegnato il mestiere e la mogliera –santa donna! – che ha capito che dovevamo toglierci dall’ambiente, ché altrimenti ci sarei ricascato. Così abbiamo comprato qua, era un rudere fuori dal mondo – tanto figli non erano venuti – e con tanta fatica l’abbiamo rimesso in piedi. E pure Salvo ha messo la testa a posto, caro Francesco! Tutti sanno che da Salvo il galeotto si mangia bene a qualsiasi ora… e adesso lo sapranno anche in Germania!» concluse soddisfatto, dandomi una grande pacca sulla spalla.


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