“Maledetto sia il tuo segreto. Maledetto sia il giorno in cui mi hai tenuta all’oscuro, per tutto ciò che non mi hai voluto o potuto raccontare. Maledetta sia la tua ossessione per una stupida scultura. O per tutte le tue ossessioni che ti hanno accompagnato nella tua vita, nella nostra vita. Alcune le amavo anch’io insieme a te, altre le detestavo, detestandoti. Non te ne accorgevi, o forse sì, quando preferivi sopportare il mio chiassoso silenzio. Avrei voluto urlarti che eri un maniaco, un capriccioso Erode nella sua corte, solitario, neghittoso, adulto e bambino allo stesso tempo. Mi amavi, questo lo credo, e tu volevi sentirlo dire da me. Non ci riuscivo, se non in pochi e rari momenti come adesso, nell’assenza, di te e del tempo che non mi hai potuto più dedicare. Mi hai insegnato che la mancanza è la nostalgia delle cose che non furono mai. Dicevi, siamo ciò che ci manca. Sì, quindi, io sono te ora? Dimmi dove sei che ti raggiungerei in capo al mondo se pure fossi lì. Ti perdonerei per tutte le cattiverie che non mi hai mai inflitto, per tutti i tradimenti che non ho mai subìto, per tutta la musica struggente che mi ha fatto ascoltare nei momenti meno adatti. Come riuscivi ad ascoltare i “quartetti” di Beethoven mentre eravamo in spiaggia? O fare il buffone al funerale del tuo più caro amico? I chiaroscuri ci hanno sempre accompagnato e, forse, solo ora capisco quanto fossero necessari nel nostro lungo ventennio trascorso insieme. Della tua paziente, Barbara, credi che non avessi capito il transfert che stava compiendosi? Eppure ero fiduciosa che, in nome del nostro rispetto, in nome della psicoanalisi, tu fossi un caso a parte, diverso da tutti. E lo eri. Tanto diverso al punto da scomparire come una meteora e io qui ad attenderti come una matta, nello strazio di un’attesa infinita. Non potresti mai immaginare che ultimamente sono stata in cura dal professor Landi. Sì, proprio Cesare, colui che tu amavi tanto da essere geloso del suo stile, forse perché ti assomigliava come un fratello maggiore, o come un padre. Dopo tre sedute, ho abbandonato lui e il suo asettico studio, solo per lo sguardo compassionevole, incomprensibile, che non smetteva di dedicarmi. Mi ha aiutato molto, invece, una telefonata con la tua paziente, Barbara. Proprio lei. Quella volta che ci incrociammo fuori dalla porta, alla fine di una seduta, ricordi bene che provammo tutti e tre lo strano imbarazzo tipico delle cose mai accadute, mai viste e mai spiegabili. Deontologia professionale, mi rispondesti. Giusto. Mi ha raccontato che essere stata tua paziente è stata l’esperienza più ricca ma anche la più devastante della sua vita e che nulla sarà più come prima. E cosa mai le avrai fatto e detto? Lei aveva scelto te e non altri, solo per averti ascoltato una volta a un seminario alla Camera di Commercio. Le trasmettesti fiducia, mi ha detto. Quando suonò il campanello, varcando lo studio, le sembrò di entrare nella corte di Bisanzio. E grazie, con tutto quell’arredo che sai quanto io disapprovavo: velluti verdi, tende azzurro pavone, migliaia di libri, abat-jour accesi giorno e notte, candele, broccati alle pareti. E una scultura. Me l’ha detto. Non l’avevo mai notata, lei invece sì. Forse un tuo acquisto recente, nascosta dietro pile di dischi e libri. Una scultura importante da ciò che ho capito. L’impossibile era diventato dubbio, vertigine, buio. L’unico oggetto che non mi hai mai voluto mostrare. Ci mostravamo tutto, i nostri corpi, i nostri nei, i nostri odori, i nostri oggetti, i quadri magici e quelli inguardabili. Maledetta sia quella scultura. Maledetta sia io, che quella volta non capii nulla”. Questa è una lettera trovata sullo scrittoio di Giorgia, mai spedita. Suo padre era lì per innaffiarle le piante durante la sua assenza. La lesse con l’imbarazzo di un voyeur involontario. Guardò il mare dalla finestrella cercando una risposta che non trovò. Neanche lui ci capì molto, nonostante fosse sempre stato un padre attento e Giorgia una figlia responsabile e intelligente. Come Andrea del resto. Una coppia invidiabile. La minuscola casa affacciata sul mare non poteva paragonarsi a quella precedente dove Giorgia e Andrea organizzavano spesso feste per gli amici. Giorgia è assente per un viaggio. Andrea pure, così almeno ripete lei. I gelsomini e l’edera erano cresciuti oltre ogni previsione e ora quasi affogavano la finestrella, l’unica del salottino, inghirlandata, coprendo dalla vista il panorama. Si scorgeva solo un pezzo di orizzonte marino. E forse sarebbe scomparso pure quello.

“Una lettera” è il racconto spin off del romanzo L’uomo che cammina – Andrea Bufi, psicanalista di successo, si assenta dal mondo e dai suoi affetti, incapace di sopportare un segreto inconfessabile, decide di scomparire senza fissare una data di ritorno. Il viaggio che intraprende, dal Salento all’Oriente, sembra essere l’unico farmaco ingeribile.


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