Un libro emozionante, fatto di sentimenti veri e di personaggi che si mostrano in tutta la loro umanità, nel bene e nel male. Questo e molto altro è L’interprete (Les Flâneurs Edizioni), l’ultimo romanzo di Angelo Pettofrezza.

Come nasce questo libro e di cosa parla?

Devo ammettere che non tutti gli eventi che si presentano come sfortunati, nella vita, lo sono davvero. Avevo appena quattordici anni quando i miei genitori mi dissero che avrei dovuto seguirli in Germania, e mi sentii crollare il mondo addosso; oggi, dopo una vita intera trascorsa all’estero, riconosco che quel trasferimento forzato fu la mia vera fortuna, sia per i traguardi poi raggiunti, sia per l’incontro con un nuovo mondo e con quel tessuto umano che a distanza di anni ha popolato i miei racconti. Come tutti i miei scritti, anche questo nasce dal mondo dell’emigrazione, un fenomeno che ha indubbiamente portato benessere a molte famiglie, ma per altri versi ne ha rovinate altrettante. In tutta sincerità, ero molto dubbioso sull’opportunità di scrivere la storia di Santina (ancora oggi mi interrogo in proposito), ma una mia amica insegnante che aveva letto i miei appunti su quella vicenda mi incoraggiò a farlo, perché il tema trattato, quello della violenza sulle donne, era maledettamente attuale.

 A chi si rivolge?

Si rivolge a tutti, ma soprattutto alle donne, alle quali è dedicato, e al loro dolore. Sono personalmente convinto che le donne siano superiori agli uomini anche nella capacità di amare, ed è proprio in nome dell’amore che troppo spesso subiscono e soccombono di fronte ad angherie e maltrattamenti morali e materiali. Noi siamo figli delle donne, diciamo di amarle e poi ci comportiamo come animali… Purtroppo, in un’epoca in cui il progresso tecnologico appare esaltato, l’animo maschile si rivela in tutta la sua miseria di fronte a un femminicidio commesso, paradossalmente, in nome di un cosiddetto amore! 

Ci sarebbero state differenze se il processo si fosse svolto in Italia?

Senza dubbio alcuno! A distanza di soli tredici mesi dal delitto, la giustizia tedesca aveva già fatto il suo percorso e comminato a Santina la sua condanna. Conoscendo i tempi biblici dei nostri tribunali, la povera donna non avrebbe conosciuto il suo destino in così breve tempo e poi, mi chiedo, quale sarebbe stata la condanna? Penso al mondo maschilista e omertoso del nostro Sud di quegli anni, che ho cercato di delineare nel romanzo. Santina non avrebbe avuto tante attenuanti e, sicuramente, nemmeno l’indulgenza e la comprensione ricevute daigiudici tedeschi. 

Come è nato il tuo rapporto con la scrittura?

L’amore per la scrittura è un segreto che ho custodito gelosamente nel mio animo. Ho cominciato a scrivere poesie intorno ai sedici/diciassette anni, ma nessuno ha mai saputo di questo mio “vizio”: né il mio migliore amico, né la mia prima ragazza, che era la mia inconsapevole musa. Mi piaceva scrivere anche brevi narrazioni, ma avevo l’abitudine di distruggerle dopo un certo tempo. Il cambiamento è arrivato nel 2005: in occasione della conferenza sugli accordi tra Italia e Germania per il reclutamento di lavoratori italiani, il mio capo presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, ascoltando i miei racconti, mi suggerì di continuare a scrivere delle mie esperienze sull’emigrazione.

Quali sono i tuoi modelli letterari di riferimento?

Come ho anticipato, ho lasciato l’Italia dopo le medie e ho studiato in Germania, dove sono venuto a contatto con la letteratura tedesca (mi piace molto Heidegger); per mantenere viva la lingua italiana, ho letto quasi tutti i volumi della piccola biblioteca in dotazione alla Casa Italia di Bonn, un centro ricreativo per i lavoratori italiani. Naturalmente si trattava di letteratura non molto attuale: Grazia Deledda, Pirandello, Corrado Alvaro, Jovine, Benedetto Croce, D’Annunzio ed altri ancora. Non posso dire che la mia scrittura abbia trovato un modello di riferimento in questi autori e in ogni caso per i miei romanzi attingo al mio vissuto.

Quali sono i tuoi cinque libri preferiti?

 È difficile per me fare una scelta tra i tanti libri che ho letto e che continuo a leggere. Come ho detto, mi sono formato con autori non proprio contemporanei e solo molto tardi ho avuto la possibilità di confrontarmi con la letteratura moderna. Ci sono però delle opere che mi hanno conquistato e che, quando posso, vado a spulciare o a rileggere, in alcune parti, per puro piacere: la Divina Commedia, l’Aminta di Torquato Tasso, Phèdre di Racine (mi piace di più il testo originale), l’Idiota di Dostoevskij e Il Nome della Rosa di Umberto Eco.

Chi è Angelo Pettofrezza?

 Angelo Pettofrezza è una persona che ha visto realizzati quasi tutti i suoi sogni, anche quello che non avrebbe nemmeno osato sognare, come quello di pubblicare romanzi a un’età non più verde. Mi fa sorridere, quando parlano di me definendomi uno scrittore emergente!

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Come anticipato, i miei romanzi nascono dalla mia lunga esperienza all’estero. Tra Germania e Svizzera, ho avuto modo di conoscere moltissime persone e osservare, studiare il comportamento umano è una mia passione. Mi ha sempre incuriosito l’animo femminile e anche il progetto al quale vorrei dedicare più tempo, in un futuro prossimo, ha come oggetto una donna con la quale il destino non è stato sempre gentile. E ancora una volta avrò a che fare con un matrimonio violento… un tema sempre attuale purtroppo.


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