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A tu per tu con Francesca Silvestri

A un anno di distanza dall’uscita del suo romanzo, L’arrocco, Francesca Silvestri ci ha svelato alcuni aneddoti vissuti in questi primi dodici mesi.

A un anno di distanza dall’uscita del tuo libro, tornerai di nuovo al Salone di Torino. Quali sono stati i riscontri che hai avuto da parte dei lettori?

Tornare al Salone del Libro è sempre una grande emozione. Lo scorso anno ho iniziato proprio da lì il book tour de “L’arrocco” che mi ha portato a toccare diverse regioni italiane e contesti diversi, tutti molto stimolanti. Ma la cosa più interessante è che, nonostante la vita media di un libro si esaurisca in un semestre, proprio in questo mese, esattamente dopo un anno, ho ricevuto altri inviti per presentare il romanzo. Perciò non posso che ritenermi soddisfatta e ringraziare la casa editrice che mi ha sostenuto, i lettori e il pubblico che continua a seguirmi e mi dà feedback molto positivi, sia in termini di partecipazione che di commenti. I messaggi personali che ricevo e le recensioni sono tutti ottimi segnali.

I prossimi appuntamenti per “L’arrocco” saranno molto probabilmente in forma di reading. Mescolare più linguaggi, in questo caso parole, immagini e musica, credo sia un’ottima possibilità per entrare in sintonia con il lettore attraverso l’ascolto diretto del testo, senza mediazioni verbali di nessun tipo.

Il tuo romanzo mescola realtà e fantasia. Ci racconti qualche retroscena di come è nata questa storia?

La storia de “L’arrocco”, se volessimo definirla con un gioco di parole, è una fiction realistica. Difficile incasellarla in un genere preciso, forse si potrebbe definire un romanzo d’inchiesta. La trama si snoda intorno alla vicenda della protagonista Alice, una giornalista inviata di guerra, e alla ricerca della sua identità dopo che ha subito un grave trauma perdendo la memoria e il compagno Ahmed. Insieme a lei il lettore ricostruisce, pezzo dopo pezzo, l’inchiesta che stava seguendo e il suo mondo fatto di verità, coraggio e inganni. Andando avanti nella narrazione, i contorni si sfumano, i personaggi e i fatti rivelano trame inaspettate e un intrigo internazionale prende forma. Ho giocato con il lettore sulla scacchiera della politica internazionale, offrendo spunti di riflessione su fatti realmente accaduti, come la morte di Hugo Chávez, e altri che appartengono alla mia storia personale.

La trama de “L’arrocco” mi è venuta incontro nel 2017 in modo inaspettato. Una persona, in maniera del tutto casuale, ha accennato la storia di Lara Santos, una delle due protagoniste del libro. Mai avrei pensato di scrivere un romanzo prima di allora. Ma la storia che ascoltavo era talmente bella che ho deciso di raccogliere quelle parole, metabolizzarle e poi restituirle; ci sono voluti quasi due anni di approfondimenti e di scambi epistolari con Lara per arrivare a “L’arrocco”. La gestazione del romanzo è stata lunga e proprio come una gestazione, parafrasando Clara Sereni, ha avuto i suoi dolori, le sue nausee, le sue attese, ma alla fine ne è valsa la pena.

A quale dei personaggi del tuo romanzo sei più affezionata e perché?

Non è facile dirlo, ci si affeziona un po’ a tutte le proprie creature. Sicuramente devo molto ad Alice, che è il punto fermo, forse l’unico dall’inizio alla fine, attorno cui ruota tutta la storia, lei è la voce narrante e quella che porta su di sé tutto il peso di un’esistenza ferita a cui viene data una seconda possibilità.

E poi Lara, figura chiave, coraggiosa e sincera, che è stata vicino al Presidente Hugo Chávez per quasi dieci anni, ha assistito alla sua ascesa al potere e alla sua fine. Conosce bene la geopolitica sudamericana e sarà lei a indicare la strada ad Alice nella sua ricerca identitaria. Il suo essere evanescente e nello stesso tempo consapevole e determinata mi ha permesso di giocare con i diversi aspetti della personalità umana.

Ho avuto il privilegio di incontrare Lara dopo la prima stesura de “L’arrocco”. Non capita tutti i giorni, credo, di conoscere una delle protagoniste del proprio romanzo, e a questo incontro è seguita una (inevitabile) revisione del testo, soprattutto del finale.

Infine sono molto legata anche a Laika, la cagnetta meticcia, una specie di animale-guida, una presenza costante nelle diverse fasi della vita di Alice che la accompagna e condivide il suo dolore più antico. Laika è la vera testimone di tutti gli accadimenti, di quelli gioiosi e di quelli più drammatici di cui il lettore (e forse Alice) non vorrebbe conoscere la vera origine.

Tu dirigi anche una casa editrice, in quale veste ti senti più a tuo agio? Da scrittrice o da editrice?

Domanda interessante. Per formazione, la professione di editrice indipendente, che svolgo dal 1996, mi appartiene, anche se il percorso non è stato sempre agevole ed è disseminato di incognite. Dal momento della mia tesi di laurea – La ricezione della Cognizione del dolore di C. E. Gadda – ad oggi, mi sono molto appassionata ai mestieri del libro, dalla lettura dei manoscritti, di esordienti in particolare, all’editing, dalla curatela editoriale fino alla stampa. Sono convinta che i piccoli editori giochino un ruolo fondamentale nella cultura di un paese, prima di tutto per la tutela della bibliodiversità, e poi per lo scouting letterario di qualità, non dettato da questioni di appartenenza o orientamenti esclusivamente commerciali.

Per vocazione, invece, indossare la veste di autrice mi consente di esprimere le emozioni più profonde e, nello stesso tempo, sperimentare ciò che per lavoro svolgo da molti anni. In altre parole mettersi dall’altra parte della barricata è stata, ed è, un’avventura nuova e molto stimolante. Fin dall’inizio ho deciso consapevolmente di non autopubblicarmi e darmi la possibilità di percorrere in autonomia la via autoriale. La scrittura, però, c’è sempre stata. La cosa nuova ed emozionante è che in questa stagione della vita ha cominciato a fluire libera, come un fiume carsico che non aspettava altro per ritrovare la via della superficie. E quindi grazie a chi ha creduto in me e nella mia scrittura, e grazie alle storie che mi hanno cercata e continuano a trovarmi.

Quando si scrive la parola fine a un romanzo, spesso una nuova storia prende già forma. Sappiamo che nel cassetto c’è già un altro manoscritto pronto. Di cosa parla?

È vero. Se ci si appassiona alla scrittura, la parola fine contiene quasi sempre il seme di un nuovo inizio. Durante l’ultima revisione de “L’arrocco”, che ho svolto quasi interamente nella mia casa natale in Toscana, da un cassetto è saltata fuori una vecchia fotografia dei miei bisnonni. Una foto in bianco e nero, in cui compariva una donna sconosciuta con un grande cappello scuro da cui s’intravedeva a malapena il profilo. Mi sono incuriosita e ho cominciato a scavare, stavolta nella memoria familiare. Consultando archivi e raccogliendo testimonianze di chi ancora ricorda, ho scoperto una storia incredibile che non era più della mia famiglia ma riguardava la condizione femminile d’inizio Novecento, dove storia, religione, superstizione e malattia mentale s’intrecciano inesorabilmente. È nato così il mio secondo romanzo che, speriamo, veda presto la luce e possa riportare l’attenzione anche su questi delicati argomenti.

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