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Introduzione di Andrea Zannini a Pasolini maestro ribelle

Nel 2022 si è celebrato il centesimo della nascita di Pier Paolo Pasolini, il poeta, il regista, il polemista la cui notorietà sembra, con il tempo, aumentare e non scolorire. La ricorrenza ha dato la schiusa a una quantità sproporzionata di iniziative culturali o pseudo-tali, molte delle quali non hanno aggiunto molto alla conoscenza dell’intellettuale bolognese-friulano: si sono piuttosto limitate a celebrarne il genio, la trasgressività, in taluni casi perfino la sola fotogenicità. L’anno prossimo, che sarà invece il cinquantesimo anniversario della sua morte, ci attende con certezza un profluvio di iniziative e richiami mediatici ancora maggiore, a causa delle situazioni particolari in cui è avvenuto l’omicidio del poeta maudit.

Con questo saggio Irene Gianeselli cerca una strada diversa. Abbandona i sentieri consueti che l’analisi critica ha riservato a Pasolini e si avventura, forte della sua gioventù e della conseguente spericolatezza, lungo una strada poco battuta: ragionare attorno a Pasolini attraverso il filtro moltiplicatore della pedagogia. Non che il Pasolini pedagogo non sia studiato: sia il maestro elementare di Valvasone sia il giovane funzionario del PCI che spiegava, da sopra un trattore, ai contadini della Bassa friulana quali fossero i loro diritti, sono stati ben documentati e studiati. Ma qui lo strumento di indagine è la pedagogia come progetto politico e sociale.

Seguendo la traccia delle sue ricerche e delle sue pubblicazioni sul teatro pasoliniano e sul Manifesto per un nuovo teatro, Gianeselli si chiede infatti quale fosse la pedagogia insita nella critica sociale e politica mossa da Pasolini alla realtà in cui viveva. Per farlo utilizza un meccanismo al tempo stesso teatrale e pedagogico: l’interlocuzione con un personaggio, un’ipotetica ragazza, del sud come del nord, al bivio della sua vita, incerta se seguire gli studi o non piuttosto, come tante giovani adulte oggi in Italia, considerare lo studio e l’educazione una strada virtuosa ma penalizzante per il suo futuro.

Anche il ribellismo pasoliniano è interpretato in termini non superficiali, come usa purtroppo adesso: fu invece un’attitudine programmatica a mettere in crisi le geometrie tradizionali del pensiero, a trovare in ogni immagine della realtà il suo punto debole. Fu questo, in fin dei conti, il meccanismo psicologico, prima che ideologico, che portò Pasolini distante dalla sinistra ortodossa italiana, pur non impedendogli di dichiararsi sempre un suo elettore.

Nel suo percorso di indagine Gianeselli incrocia molti dei pensatori del marxismo novecentesco, da Gramsci a Lukács, e della filosofia del secolo passato, da Derrida a Foucault, per citare solo i più ricorrenti. I concetti e gli strumenti, filosofici e pedagogici, tra i quali la studiosa si aggira sono di grande complessità, soprattutto per uno storico come chi scrive, la cui competenza riguardo all’universo pasoliniano si riduce ad avere approfondito, da storico appunto, la storia partigiana dei due fratelli di Casarsa, il più giovane dei quali non tornò vivo dalla lotta sui monti.

Il progetto pasoliniano viene coraggiosamente definito di ri-educazione: una parola che, contestualizzata nel Novecento, può far venire i brividi. Ma l’intento dell’ex insegnante della scuoletta di Versuta non è quello del pensiero unico: è anzi l’esatto contrario, cioè l’educazione ad una prassi brechtiana a dubitare di ogni singola cosa, a spostare l’asticella della conoscenza per cambiare la realtà, quale che sia il costo personale e civile da pagare per affrontare queste sfide. A cominciare naturalmente dal linguaggio e dal suo uso, che deve essere il punto d’inizio della formazione di chiunque. Considerata su tale piano la sua ribellione – per esempio al sistema educativo degli anni ’30 e ’40 che egli conobbe – non ha nulla di estetizzante, come spesso venne rimproverato, proprio da sinistra, al friulano trasferitosi nella capitale: è un atteggiamento coerente con la sua prospettiva politica.

Il tanto criticato Manifesto per un nuovo teatro va dunque letto in tale ottica, gramscianamente: come un manifesto di educazione della borghesia ai suoi compiti di educazione della classe operaia. Lo scandalodei suoi personaggi cinematografici, la gioia originaria del sesso dei film della Trilogia della vita, finanche la violenza rappresentata come strumento politico in Salò, tutto quanto nell’opera multiforme di Pasolini, interpretato come uno strumento per un progetto pedagogico, assume una prospettiva nuova e stimolante.

È un esempio di come anche un autore anatomizzato fino all’estremo possa riservare nuove e inaspettate prospettive di approfondimento.

Andrea Zannini (Mestre, 1961) è professore ordinario di Storia moderna ed è stato fino al 2021 Direttore del Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università degli Studi di Udine. Si è laureato in Storia all’Università di Venezia e ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia economica e sociale all’Università Commerciale “L. Bocconi” di Milano. Ha pubblicato saggi e monografie sulla storia economica e sociale della prima età moderna, sulla storia della contabilità pubblica, sulla storia dell’emigrazione, di demografia storica, storia del turismo, storia della Resistenza, storia dell’Europa. I suoi ultimi libri sono Storia minima dell’Europa dal Neolitico a oggi (Il Mulino, 2019) e L’altro Pasolini. Guido, Pier Paolo, Porzûs e i turchi (Marsilio, 2022).

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